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Le Origini di Salvitelle si possono far
risalire intorno al VI secolo, quando, in
seguito alle invasioni di Goti, Bizantini,
Longobardi, che succedettero nella regione a
partire dal 412
fino ad oltre la metà del secolo seguente, e
alle successive frequenti incursioni saracene,
le popolazioni locali lucane furono indotte ad
abbandonare i villaggi delle vallate per
cercare rifugio sulle alture e nei boschi.
Nelle campagne circostanti sono state
rinvenute cinque epigrafi tombali,
probabilmente risalenti al periodo delle guerre
sociali, incise su plinti rettangolari di
pietra conservati nella chiesa del Rosario,
che, insieme a vasellame e a resti di mura ed
acquedotti, costituirebbero la testimonianza
che lungo le valli del Meandro e del Tanagro
sia esistito un << vico >> o un
<< fundus >> (centro agricolo
autonomo), abbandonato dagli abitanti a causa
delle scorrerie barbariche.
Come per tutti i popoli osco-sabellici la
concezione religiosa si esprimeva attraverso
il culto dei fenomeni naturali ed atmosferici.
Valore notevole, caricato di elementi
simbolici, era ascritto all'ospitalità verso
i forestieri, codificata da rituali e da
leggi, la cui violazione comportava dure
condanne. All'ospite si doveva usare cortesia,
apprestando alla sua partenza tutto quanto
fosse occorso per il viaggio, ed era prevista
la consegna di una tavoletta di coccio divisa
in due parti di cui una rimaneva al padrone di
casa e l'altra accompagnava il viandante.
Con il dissolvimento dell'impero romano e con
le invasioni << barbariche >>, la
regione cambiò aspetto in seguito
all'abbandono delle valli fertili da parte
delle popolazioni che, costrette a sfuggire
alle continue razzie e devastazioni, si
rifugiarono in zone elevate e ancora selvagge,
costruendo nuovi insediamenti. Il nome stesso
di Salvitelle, dall'originario Silvae tellae
(terra di selva), attesta le caratteristiche
naturali del territorio su cui sorse il
primitivo centro abitato: la cima di un'altura
sulla quale pare esistesse già un fortilizio
romano, eretto dopo la seconda guerra punica a
difesa della strada militare Aquilia che
collegava la regione con la Basilicata e la
Puglia.
La storia di Salvitelle è quella di un paese
povero, teatro di incursioni di eserciti
stranieri, che miravano ad impadronirsi del
luogo posto in posizione strategica per il
dominio sulla stretta valle del Melandro ed il
controllo dell'accesso alla Basilicata,
tormentato inoltre dai soprusi dei feudatari
prima, poi dei << galantuomini >>,
cui era giocoforza versare pesanti tributi.
Dopo la caduta degli Aragonesi nel XVI secolo,
quando Francesi e Spagnoli si contesero il
Reame di Napoli, la popolazione subì le
conseguenze del malgoverno spagnolo.
Pestilenze e carestie colpirono anche
Salvitelle; già nel XIV secolo la popolazione
era stata decimata dalla peste, che aveva
risparmiato solo diciassette famiglie. Nei
secoli successivi il paese fu ripetutamente
soggetto a simili calamità, e si ricordano
come particolarmente gravi danni causati dalle
epidemie del 1656 e del 1667.
Il governo degli Spagnoli portò a un
gravissimo dissesto dell'economia pubblica,
con il decadimento dell'agricoltura e del
commercio, reso difficile dalle condizioni
delle vie di comunicazione, dai pedaggi
gravosi cui erano soggette le merci da parte
del signore e del fisco, e dal diffondersi del
fenomeno del brigantaggio. Ad aggravare la
situazione vi era il dilagare dell'usura, nata
a causa dei gravi squilibri sociali provocati
dal regime feudale.
Alle condizioni di miseria della popolazione
non rispondeva l'interessamento dei
governi, ma solo l'intervento di singoli
cittadini, che tramite lasciti consentirono il
sorgere di << ospizi >> e
l'istituzione dei << Legati pii >>,
dei << Monti frumentari >> e
dai << Monti pecuniari >>.
I << LEGATI PII >> erano fondazioni
ecclesiastiche sorte verso il 1200, in un
primo tempo per scopi essenzialmente di culto,
in seguito per fini benefici. A Salvitelle
esistevano cinque << Monti di
maritaggi >> eretti da famiglie
benestanti al fine di fornire la dote a
ragazze indigenti. Tuttavia i Legati pii
gestiti da signorotti locali, anziché alleviare la miseria, finirono per accrescere
il disordine economica e sociale del paese, e
nel 1741 si rese necessario il Concordato fra
Chiesa e Regno di Napoli per la creazione di
un Tribunale misto, formato da laici ed
ecclesiastici, per un controllo rigoroso
sull'amministrazione degli Enti.
I << MONTI FRUMENTARI >>, sorti nel
Reame, avevano lo scopo di anticipare ai
contadini le sementi a modico interesse. Nati
per combattere l'usura, se in qualche modo in
un primo tempo svolsero questa funzione
(aiutando la popolazione a liberare le terre
dall' infeudamento, a riscattarsi
dall'asservimento a cui il regime feudale
l'aveva costretta), caddero ben presto in mano
ai << galantuomini >>, che
introdussero nelle amministrazioni sistemi
vessatori, servendosene per accrescere il
proprio potere sui contadini. Dopo il terremoto
del 1783 la nuova classe sociale costituita
dalla borghesia rurale, determinata, nel suo
nascere, dall'azione anti-baronale della
monarchia, che intendeva sostituire la piccola
alla grande proprietà, e favorita nel suo
sviluppo dalla rivoluzione partenopea, si
inserì nell'amministrazione: i capitali
vennero incamerati e i Monti Frumentari furono
preda degli speculatori.
I << MONTI PECUNIARI >> furono
creati nel 1834 dal Ministero dell'Interno,
con il compito di anticipare somme di
denaro, mai superiori ai dieci ducati,
all'interesse del 6 %, ai coloni che ne
facevano richiesta.
Governo ed autorità ecclesiastiche si
trovarono concordi nel favorire il sorgere
nel Regno di Napoli dei nuovi enti, entrambi
consapevoli che la grave crisi in cui
versava l'agricoltura avrebbe potuto sfociare in
una aperta rivoluzione. La fondazione del
Monte pecuniario di Salvitelle risale
intorno al 1850, con una dotazione di 358 ducati.
Con l'Unità d'Italia i monti pecuniari in
parte vennero chiusi e i loro capitali
incamerati dallo Stato, in parte furono
trasformati in Casse Agrarie Rurali, mentre
il Monte frumentario di Salvitelle, a quanto
si attesta, abbastanza immune dai soprusi di
amministratori, rimase in funzione fino alla
fine del secolo scorso.
E' per inciso, da sottolineare la pregnanza
sociale ed economica della Chiesa,
specialmente a partire dall'epoca feudale,
quando, attraverso la costituzione degli
enti benefici, si collocò come referente
privilegiato delle istanze della
popolazione, inducendo in tal modo un nuovo
meccanismo di dipendenza incentrato sul
doppio legame della fede e del bisogno.
Il periodo successivo all'unità nazionale
fu caratterizzato dalla persistenza delle
condizioni di debolezza economica accentuata
dai gravami fiscali, imposti dal governo
piemontese. La durata media della vita della
popolazione di Salvitelle era allora di 26
anni per i maschi e di 30 per le donne, con
un'alta mortalità infantile. In conseguenza
di tale situazione di miseria ebbe inizio
l'emigrazione, dapprima oltre Oceano, poi
verso i Paesi d'oltralpe, che talora assunse
i caratteri di vero e proprio esodo (il
paese nel 1870 contava 1.480 abitanti,
ridottisi a 1.050 nel 1910).
Nel primo dopoguerra dominava ancora il
latifondo, appannaggio di pochissimi
proprietari, discendenti da vecchie famiglie
della nobiltà locale, con la conseguente
notevole diffusione del bracciantato.
Frequente era pure il rapporto di mezzadria
esteso anche alla custodia e all'allevamento
di pecore e capre. Gli artigiani, che
producevano beni di consumo di prima
necessità (calzolai, falegnami, sarti
ecc.), costituivano una categoria
privilegiata a Salvitelle, in quanto in
condizione di contrattare il valore della
propria prestazione lavorativa, Il pagamento
avveniva raramente in moneta (a causa della
scarsa liquidità in circolazione); nella
maggior parte dei casi si ricorreva al
baratto con prodotti agricoli o prestazioni
lavorative. Gli artigiani, i pochi abitanti
ad essere alfabetizzati, godevano dei
privilegi connessi ad uno status più
elevato, che permetteva loro di partecipare
alla vita sociale e politica del paese
aggregati in associazioni o come membri
della banda musicale municipale.
Il definitivo dissolvimento del latifondo si
verificò solo nel secondo dopoguerra, anche
sotto la spinta delle lotte contadine che
prefiggevano l'occupazione delle terre
incolte. Se gli scontri non portarono ad
alcun risultato immediato riscontrabile,
tuttavia contribuirono ad accentuare la
disgregazione di un sistema ormai
profondamente in crisi.
Attualmente l'economia di Salvitelle è
incentrata sull'agricoltura ( il tasso di
attività di questo settore rappresentava,
nel 1971, il 76,3 % del tasso di attività
totale che era del 46,9 %) con una
prevalenza del bracciantato esercitato nelle
grandi aziende agricole della Piana del
Sele, e una limitata persistenza della
mezzadria. La piccola proprietà contadina
è molto frammentata e i prodotti ricavati,
essenzialmente olio e vino, a causa delle
ridotte estensione dei fondi, vengono
destinati all' autoconsumo. Pochi sono gli
operai, e occupati in prevalenza nel settore
edilizio.
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